Crema News - Crema - Mafie Vincenzo Musacchio

Crema, 24 giugno 2026

Il territorio compreso tra Crema e Cremona non è più da tempo considerabile un’isola felice. Le relazioni della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) e i più recenti provvedimenti della Prefettura confermano che la provincia di Cremona è stabilmente inserita nelle dinamiche di espansione economica e finanziaria della criminalità organizzata, con una netta prevalenza della 'ndrangheta. Questa presenza non si esaurisce in presenze episodiche o sporadiche, ma tende a strutturarsi attraverso reti relazionali, accordi con soggetti locali e forme di condizionamento che si rendono visibili soprattutto nei circuiti economici più redditizi.

A differenza di alcune aree di origine, nel cremonese la mafia non persegue prioritariamente il controllo militare del territorio tramite atti di violenza eclatanti ma adotta una strategia di infiltrazione silente e duratura. Tale impostazione consente ai clan di ridurre l’esposizione mediatica e di limitare il ricorso allo scontro diretto, privilegiando invece il radicamento attraverso strumenti amministrativi e commerciali. In concreto, i clan mirano a intercettare opportunità nel tessuto imprenditoriale locale, sfruttando la dimensione e la frammentazione di alcune filiere per rendere più agevole l’inserimento di capitali illeciti.

Le attività illecite si collegano in modo particolarmente efficace al riciclaggio del denaro proveniente dal narcotraffico. Le indagini evidenziano come l’economia locale sia utilizzata per “ripulire” profitti e consolidare posizioni, anche attraverso pratiche che alterano le regole di mercato. Parallelamente, sono offerti servizi a prezzi sensibilmente più bassi rispetto a quelli praticati dalle imprese sane, grazie a un mix di condotte criminali: evasione fiscale sistemica, uso strumentale di fatturazioni e interposizioni societarie, fino allo sfruttamento della manodopera attraverso forme di caporalato o comunque di utilizzo distorto del lavoro. Il risultato è una pressione diretta sulla concorrenza leale, con imprese regolari costrette a soccombere o a ridurre investimenti, mentre i gruppi criminali rafforzano la propria capacità operativa.

Le indagini e le attività di monitoraggio mostrano inoltre una concentrazione in comparti specifici. Tra questi, primeggiano i settori dell’edilizia e della cantieristica, ambiti particolarmente esposti per la presenza di appalti, subappalti, forniture e filiere tecniche complesse. In questi contesti, il rischio non riguarda soltanto la possibilità di aggiudicarsi lavori, ma anche la capacità di incidere sul modo in cui i cantieri sono gestiti: dal reclutamento di manodopera alle imprese affidatarie, fino alle dinamiche di approvvigionamento e ai rapporti con i soggetti terzi.

Un segnale concreto della pressione criminale è rappresentato dal fatto che il Prefetto di Cremona abbia firmato di recente quattro nuove interdittive antimafia nei confronti di altrettante aziende edili della provincia, dopo che il Gruppo Interforze Antimafia (G.I.A.) ha riscontrato concreti pericoli di condizionamento criminale. L’emissione di interdittive non rappresenta soltanto una misura reattiva, ma è anche un indicatore della presenza di tentativi di infiltrazione già in fase di consolidamento, spesso attraverso la ricerca di liquidità, la creazione di rapporti di fornitura e la costruzione di coperture societarie.

Ad alto rischio risultano anche i settori della logistica e dei trasporti. Si tratta di comparti strategici perché consentono di orchestrare flussi di merci e materiali, anche in correlazione a traffici illeciti o a operazioni funzionali al riciclaggio. In tali ambiti, interessi criminali possono intrecciarsi con fenomeni di sfruttamento della manodopera, irregolarità contrattuali e frodi fiscali. Le anomalie possono emergere tanto nelle modalità di assunzione quanto nella tracciabilità delle forniture, nelle movimentazioni e nella gestione dei magazzini, dove la frammentazione amministrativa e le catene di subfornitura offrono spazi di manovra.

Non meno problematici sono i settori dell’agroalimentare e dei rifiuti. Nel primo caso, l’eccellenza e la specificità della filiera agricola cremonese costituiscono una risorsa appetibile per chi intende far convergere interessi economici leciti e illeciti, ad esempio attraverso scambi commerciali opachi, interposizioni e pratiche fraudolente che incidono su prezzi, qualità dichiarata e tracciabilità. Nel caso dei rifiuti, inoltre, assumono particolare rilievo i traffici connessi al ciclo dei materiali e le attività di bonifica industriale: anche qui, le indagini tendono a seguire i movimenti dei conferimenti, la gestione di impianti e società di servizi, e l’eventuale alterazione degli obblighi ambientali e contabili.

La presenza egemone della 'ndrangheta è storicamente documentata da inchieste di grande rilevanza, come i maxiprocessi Pesci e Aemilia, che hanno contribuito a sradicare proiezioni territoriali della potente cosca Grande Aracri di Cutro nell’area compresa tra Cremona, Reggio Emilia e Mantova. Oggi, tuttavia, i legami risultano più fluidi: la DIA segnala infatti la presenza di soggetti contigui o affiliati che agiscono come “facilitatori” economici per conto dei clan calabresi. Questi soggetti svolgono un ruolo fondamentale perché riducono i tempi di inserimento nel mercato e aumentano l’efficacia dei sistemi di infiltrazione, sfruttando conoscenze locali, competenze operative e capacità di intercettare opportunità imprenditoriali.

Accanto a tale modello, operano gruppi dediti al traffico di stupefacenti su larga scala, principalmente hashish e cocaina. Il collegamento tra traffici e attività economiche appare coerente con una logica complessiva di acquisizione, reinvestimento e consolidamento: i proventi illeciti vengono trasformati in ricchezza apparente e impiegati nei settori più permeabili, mentre la capacità di influenzare le dinamiche di mercato diventa un vero vantaggio competitivo per le organizzazioni criminali.

La risposta dello Stato si è progressivamente fatta più coordinata a livello regionale, proprio per evitare che i clan riescano ad aggredire risorse pubbliche e fondi destinati allo sviluppo, inclusi quelli del PNRR. In questo quadro, è pienamente operativo un protocollo d’intesa speciale sottoscritto tra la Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Brescia e le Prefetture di Cremona, Mantova, Bergamo e Brescia. Lo strumento consente uno scambio immediato e digitalizzato di informazioni finanziarie e societarie, rafforzando la capacità di intercettare segnali di rischio, verificare collegamenti e procedere con misure preventive. In altre parole, l’obiettivo è colpire le aziende “contaminate” prima ancora che possano partecipare ad appalti pubblici o consolidarsi definitivamente nel mercato privato, impedendo che l’infiltrazione diventi strutturale.

La situazione attuale tra Crema e Cremona, dunque, evidenzia una forma di criminalità organizzata che non si manifesta principalmente con sparatorie o intimidazioni evidenti, ma con capacità di penetrazione economica e amministrativa: “non spara, ma fattura”. La vigilanza delle forze dell’ordine e della Prefettura risulta elevata, soprattutto sul fronte amministrativo ed economico, dove la Prefettura riceve mediamente tra le trenta e le quaranta segnalazioni sospette all’anno. Tale intensità di controlli rappresenta l’unico presidio realmente efficace per recidere i tentacoli delle mafie al Nord, riducendo le opportunità di investimento e neutralizzando le coperture che rendono possibile l’espansione delle organizzazioni criminali nel tessuto produttivo.


Vincenzo Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies presso la Rutgers University of Newark (USA).